Intervista a Maura Gandolfo

A cura di Cécile Prakken

CP: Che rapporto hai con il tuo strumento?

MG: Ho un rapporto molto particolare con il mio  strumento, direi estremamente stretto. Mi piacerebbe averlo sempre con me anche in occasioni in cui l’eventualità di utilizzarlo sia estremamente rara o addirittura nulla…insomma: come fosse un prolungamento del mio corpo.

Sono certa di non essere l’unica ad avere una simile percezione; mi domando se questo attaccamento allo strumento sia una caratteristica dei musicisti a fiato, sia per l’opportunità di portarlo facilmente con se, preclusa ad altri strumentisti, ma ancor più per la particolare modalità di produzione del suono che proviene “letteralmente” dal nostro interno, siamo noi a dargli vita ogni volta. Questo genera certamente un rapporto molto stretto tra musicista e strumento. Mi viene in mente quando i miei alunni alle prime armi riescono finalmente a produrre il primo suono, nei loro sguardi leggo stupore e soddisfazione, come si fosse realizzata una magia!

CP: perchè hai scelto il clarinetto? Hai un’esperienza in una banda musicale o è un’impostazione famigliare?

MG: In famiglia si è sempre ascoltata tanta musica. Mio padre ci svegliava, nel weekend, con le più belle arie d’opera e cantava anche lui: per me un’esperienza di pura gioia!  La nonna suonava il violino, la zia le percussioni, mamma che da giovane suonava il pianoforte, qualche anno fa, si è rimessa in gioco, musicalmente, imparando il flauto traverso; suona tuttora  in banda con massima soddisfazione. Mi chiedo che senso avrebbe la vita senza la sua “colonna sonora”!!! Sarebbe come un brutto film…

Per quanto riguarda la scelta dello strumento inizialmente volevo suonare l’oboe ma, quando mi presentai nella banda della mia città con questa richiesta, i maestri mi convinsero che il clarinetto fosse lo strumento perfetto per me; col senno di poi credo, anzi sono certa, che avessero semplicemente più bisogno di clarinetti che oboi nell’organico bandistico. Da questo piccolo inganno è però nata la mia fortuna: il clarinetto è lo strumento più bello del mondo!!! 

Anche gli studi professionali sono cominciati quasi per caso: il mio insegnante di musica alle scuole medie, quando venne a sapere che suonavo il clarinetto, mi portò con lui, che, giovanissimo, stava conseguendo il diploma organistico, in Conservatorio, dove mi convinsero che avrei potuto ottenere buoni risultati con il mio strumento. Poco tempo dopo ci fu l’ammissione e l’inizio di una nuova avventura. In generale fu tutto abbastanza semplice fino al quinto anno, momento in cui mi resi conto che avrei dovuto impegnarmi molto di più e che non avrei più potuto proseguire con la sola attitudine. Fu la svolta: studiare con tutto il mio impegno mi fece sviluppare la vera passione e comprensione della bellezza di quello che stavo facendo. Negli stessi anni ho anche conosciuto quello che sarebbe poi diventato mio marito, con il quale ho condiviso, guarda caso, le lezioni di quintetto a fiati.

Insieme, dopo il diploma, ci siamo trasferiti a Como per poter proseguire gli studi presso l’università di Lugano, dove ho avuto la fortuna di incontrare Francois Benda, grande clarinettista ma soprattutto musicista a 360 gradi. 

Successivamente la fine degli studi ci siamo fermati qui, amiamo la città dove abbiamo scelto di vivere e dove abbiamo l’opportunità, come musicisti e insegnanti, di coltivare la nostra passione, che oggi è anche il nostro lavoro, e trasmetterla ad altri.

CP: Secondo te esiste un suono, un modo di suonare tipicamente femminile o tipicamente maschile?

MG: A mio parere dal punto di vista strumentale non ci sono grandi differenze. Semplicemente ciascuno di noi ha un suono, una capacità esecutiva e una musicalità totalmente unica. 

Forse, per quanto riguarda gli strumentisti a fiato, volendo proprio distinguere il sesso del musicista, rivelatore può essere il suono che si produce nel momento in cui si prende fiato: per le donne è infatti leggermente più acuto così come generalmente lo è la voce. 

Dal punto di vista esecutivo sono invece convinta che la donna sappia fare buon utilizzo della famosa capacità di eseguire più cose contemporaneamente, credo che questo la renda più efficace nell’insieme e più lungimirante nella risoluzione di problemi.

Quello che purtroppo trovo non sia ancora totalmente paritetico è il trattamento che uomini e donne hanno nel mondo del lavoro, anche in ambiente musicale. Ho purtroppo sperimentato sulla mia pelle questo problema qualche anno fa, senza voler scendere nel dettaglio. Semplicemente mi auguro che le cose stiano cambiando per tutte le giovani donne di grande talento che desiderano realizzare il sogno di diventare musiciste.

CP: In base a quali criteri scegli il repertorio di studio?

MG: Suono molto tutti i giorni per l’insegnamento o per il mio piacere; studio quando posso e quando sento di averne bisogno o ho qualche appuntamento importante ma, quando mi ci metto, lo faccio con massima serietà. La “macchina” strumentale va ben “lubrificata” con note lunghe, scale, arpeggi, legato, staccato, insomma tutto quello che serve! Devo dire che mi piace anche  molto, soprattutto quando sento che riacquisto la forma, proprio come per uno sportivo. Con i miei alunni suono sempre, non tanto perché loro ne abbiano sempre bisogno ma soprattutto perché amo farlo e loro lo percepiscono. Suonare sempre con il maestro poi giova molto all’intonazione…

CP: preferisci l’orchestra o l’ensemble da camera?

MG: Suonare in orchestra è bellissimo. Essere nel “fortissimo” dell’orchestra, parte integrante di uno sforzo comune, ti fa sentire nel posto giusto al momento giusto, sicuro e importante. Quando poi il suono si attenua e si ha l’opportunità di eseguire un solo, ci si sente indispensabili e protagonisti: un’esperienza da brividi! La presenza del Direttore è però in egual misura rassicurante e frustrante: offre una traccia sicura da seguire ma nel contempo ti toglie indipendenza nell’esecuzione. Al contrario nella musica da camera la libertà di espressione è massima e questo la rende di grande soddisfazione. In conclusione non posso scegliere l’una o l’altra, per essere felice devo praticarle entrambe! 

CP: Qual’è il tuo rapporto con il social media?

MG: Con il social media non ho un rapporto molto positivo.  Ultimamente ho dovuto aprirmi un pochino a questo mondo per motivi professionali, capisco cioè che ormai siano il mezzo più pratico e veloce per farsi conoscere da questo punto di vista. Per quanto riguarda gli aspetti personali preferisco una certa riservatezza.

CP: Ha senso registrare un cd al giorno d’oggi?

MG: Forse a scopo promozionale avere un bel prodotto tangibile, con un bel “packaging” da regalare come presentazione del quintetto potrebbe essere carino. Per contro chi è ormai ad avere un lettore CD a casa? Io per esempio non lo ho più da anni. Probabilmente, al giorno d’oggi, è più efficace caricare file su piattaforme digitali audio.

CP: Secondo te come potremmo attirare in sala da concerto un pubblico più giovane per la musica classica?

MG:  Molto  difficile dare una risposta a questa domanda. Forse creare delle collaborazioni tra varie forme d’arte, in modo da unire l’energie verso uno scopo comune. Credo però si stia già facendo molto in questo senso, con risultati non proprio rassicuranti. Il vero problema è forse una certa decadenza culturale, la percezione comune che ciò che non è facilmente comprensibile sia brutto, superato, trascurabile. Si deve certamente lavorare sui giovani, anche giovanissimi per educarli che ciò che per loro è “difficile” qualche volta è semplicemente misterioso, interessante, da scoprire.

Per quanto riguarda la musica a mio avviso, da insegnante, dovrebbe essere obbligatoria per tutti gli studenti ad ogni livello. La progettazione musicale dovrebbe, oltre che alle scuole medie, essere estesa alle scuole superiori, per tutti: sono certa che avremmo molti più giovani curiosi di entrare in un teatro per ascoltare un concerto. Nel mio piccolo cerco di educare i miei alunni alla passione per la musica, sperando che qualcosa rimanga negli adulti che saranno.

Como, 28/03/2023, Cécile Prakken